Jazzo Ognissanti – di Orlando Giuffreda

Chiesa rupestre di Ognissanti

Dalle pendici di Monte Sant’Angelo, frazione di Macchia Madonna delle Grazie, s’inerpica un’antica mulattiera, percorsa (in misura molto minore lo è ancora) dai pellegrini sin dalle origini del culto di S. Michele. A quota 410 m s. l. m., inserita in uno dei più incantevoli paesaggi rupestri del Gargano s’incontra la suggestiva chiese di Ognissanti, cavata nella roccia del costone destro della Valle Scannamugliera. Questo toponimo non è altro che la corruzione popolare della denominazione della valle frequentata nell’alto Medioevo, Scanderh Molelrh, che, citando il Pellanegra, il dotto secentista fra’ Marcello Cavaglieri spiega: “In lingua gotica risuona: forte e grande a salire”, proprio per evidenziare la difficoltà della scalata (cfr. M. CAVAGLIERI, Il pellegrino al Gargano, Macerata 1680, p.436.).

La mulattiera è caratterizzata per lunghi tratti da una serie di scalini scavati nella roccia dai contadini, dai pastori e, spesso, anche dai devoti al fine di rendere la salita più agevole e meno aspra. Perciò gli stessi pellegrini l’hanno denominata “Scala Santa”. Santa anche perché ad essa avevano legato alcuni particolari riti penitenziali.

Attorno alla chiesa, nel IX secolo, sotto l’incalzare delle scorrerie arabe, o, forse, anche per una precedente presenza monastica o di santi eremiti, gli abitanti della pianura sottostante dettero vita ad un agglomerato civile. Tutto intorno, infatti, da Coppa Turmite al Monte Stregaro, da Coppa Turanda a Ripa Santa si scorgono abitazioni in rupe di una o due grotte intercomunicanti e tutte fornite di camino e collegate le une alle altre ai diversi livelli di piano da viottoli e da scalinate incavate nel banco roccioso, fino a raggiungere – come osserva C. Serricchio –l’insediamento più consistente di “Iazzo Ognissanti” (cfr. C. SERRICCHIO, L’insediamento rupestre di Jazzo Ognissanti in territorio di Monte sant’Angelo, ed. Levante, Bari 1985, p. 51). Si possono, infatti, osservare i servizi comuni come le cisterne, i luoghi di riunione, i recinti per gli animali, i torchi, i forni.

La “Scala Santa”, fino alla metà del secolo XX era uno dei più frequentati itinerari sacri verso la Grotta-Santuario di S. Michele. Conserva ancora le testimonianze materiali del passaggio di lunghe teorie di pellegrini. Numerose croci piccole e grandi, semplici ed elaborate, greche e latine, graffiate o scolpite indelebilmente sulle pareti rocciose, accompagnano il faticoso sentiero.

Lungo il cammino, non è raro imbattersi in tratti rupestri che ospitano isolate tombe contrassegnate dal santo Sigillo di Cristo. Uno di questi appare singolare per la grandezza e l’originalità dell’incisione: una croce greca affiancata da un’altra inscritta in un cerchio.

Particolari segni di croci su roccia lungo il cammino di “Scannamugliera”.

Particolari segni di croci su roccia lungo il cammino di “Scannamugliera”.

Il recinto e i due ingressi.

Antistante alla chiesa, sulla destra vi è uno spiazzo recintato da un imponente muro a secco con funzione di ovile, costruito a strapiombo della valle sottostante. Attualmente la chiesa si presenta con due ingressi. Quello frontale, l’originario, a causa di un crollo della parte di destra, è stato ricostruito con un muro a secco. L’interno viene usato come deposito di paglia e fieno, perciò v ersa in condizioni molto precarie. Esso si compone di un unico vano rettangolare di metri 9,30 x 4,70 interamante scavato nella roccia. Nel fondo, due scalini delimitano l’aula dalla sopraelevata abside, al centro della quale si notano i ruderi di un altare. Sugli stipiti e sulle pareti sono graffiate numerosi segni di croce; qualcuna è dipinta, dieci altre, invece, intenzionalmente scolpite e dipinte di color rosso, si susseguono ad una studiata distanza l’una dall’altra, metà nell’aula e metà nel presbiterio, segno evidente della sua consacrazione al culto.

 

– Esempi di croce  all’interno della chiesetta.

 

 

 

Sulla parete destra, sopra un incavo, si nota, sospeso alla volta, un capitello, traccia che lascia supporre come la chiesetta in origine non doveva essere priva di decorosi arredi architettonici.

Monte Sant’Angelo, chiesetta di “Ognissanti”. Il capitello sospeso alla volta ricciosa.

Ciò, però, che ha e che desta meraviglia e interesse sono gli affreschi dipinti sulla parte intonacata della parete sinistra. Mi sembra opportuno far notare che la parete  rocciosa nuda che ospita gli affreschi è stata scolpita a mo’ di muro reticolato.  Tali testimonianze pittoriche sono ascrivibili al XIII secolo. Si tratta di due grandi riquadri, delineati da due cornici di color rosso, eseguiti da qualche pio devoto artista di passaggio o, com’è più probabile, da un’artista ignoto del luogo, il quale si è espresso secondo schemi ispirati ai modelli iconografici bizantini, ma che rientrano nell’ambito dell’arte pittorica pugliese del tardo Medioevo.

Il primo riquadro, metri 2,60 x 2,00, raffigura S. Michele con ampie ali, testa nimbata e capelli inanellati. Indossa la tunica rossa con loros imperiale, stringe nella mano destra una lancia crociata e nella mano sinistra regge l’orbis. A destra del nimbo si riesce (la ricognizione è del 1990) ancora a leggere la scritta esegetica a grandi lettere gotiche maiuscole S(anctus) MICHAEL, mentre tutta la parte inferiore è, purtroppo, quasi interamente illeggibile.

Monte Sant'Angelo, chiesettas di "Ognissanti", Intermo. Affresco raffigurante S. Mivhele.

Chiesetta di “Ognissanti”. Intermo, affresco raffigurante S. Michele.

Questo tipo iconografico di S. Michele è presente in tutta l’area pugliese, nelle chiese rupestri di S. Nicola e S. Margherita in quel di Mottola, a Massafra, a Palagianello, nella cripta di S. Maria a Poggiardo (Lecce), nella cripta di S. Giovanni a S. Vito dei Normanni, a Fasano nella cripta di S. Lorenzo, infine, a Monte sant’angelo nella chiesa di S. Maria Maggiore, con la differenza in quest’ultima, che l’Arcangelo indossa la clamide del soldato invece che l’abito di corte.

Il secondo riquadro, delimitato da una più grande cornice rossa rettangolare, propone (forse meglio dire proponeva!) un preciso programma iconografico tipico degli schemi bizantini: Madonna con Bambino a sinistra, al centro il Cristo Pantocratore e la Crocifissione a destra, vale a dire, la nascita, la morte e la gloriosa resurrezione del Cristo, l’imponderabile mistero salvifico della fede cristiana.

In ogni caso, solo il dipinto della Vergine col Bambino è possibile ancora (ma fino a quando?) ammirare anche se, come il precedente descritto affresco, è illeggibile nella sua parte inferiore e in condizioni molto critiche. La Madre di Dio è raffigurata secondo il modello dell’Odigitria (protettrice dei viandanti) e dell’Eleusa (Madonna della tenerezza). Indossa un velo e un manto azzurro – colore percepibile solo in tracce – e la veste rossa. La testa della Madonna è nimbata e lievemente inclinata verso il Figlio; il volto esprime un’estrema serenità e dolcezza che penetra lo spirito. Ha grandi occhi scuri con lo sguardo rivolto ai fedeli e ciglia arcuate. Ella sorregge sul braccio destro il Bambino, cinto di una veste del medesimo colore, col capo circondato da aureola leggermente rivolto verso la Madre ed è in atto di benedire secondo l’uso latino.

Monte Sant’Angelo, chiesetta di “Ognissanti”. Intermo, affresco della Madonna col Bambino.

Della parte centrale dell’intero riquadro, purtroppo, resta ben poco. Si distinguono solo alcuni residui elementi del Pantocrator e le due lettere dipinte, J e S, del nome Jesus. Per quanto riguarda la Crocifissione, tranne il nimbo, il volto di Cristo, reclino sulla spalla destra, la traversa della croce e la parte superiore del palo con l’ingiuriosa scritta esegetica JESUS NAZARENUS / REX JUDEORUM quasi interamente scomparsa.

Lo stato di abbandono e di degrado di questi affreschi votivi è notevole e, per il generale disinteresse delle autorità competenti e dei montanari (ma potete estendere la considerazione a tutta la nazione) per questo grande patrimonio monumentale e storico, non si può fare a meno di presagire il peggio.

A prescindere dal degrado causato dal tempo e dall’ignoranza degli uomini, questi affreschi si presentano deturpati anche per le numerose iscrizioni votive eseguite a sgraffio. Tali iscrizioni, databili tutte tra il XIII e il XIV secolo, sono state eseguite a scopo devozionale dai pellegrini, i quali, sulla strada del grande pellegrinaggio medievale per Gerusalemme, all’andata o al ritorno, salivano sul monte Gargano per visitare, rendere omaggio e impetrare la protezione del Campione Celeste. In questa chiesetta rupestre, infatti  sostavano prima di dare l’ultimo balzo e raggiungere sulla vetta del monte la santa Grotta dell’Arcangelo. Queste iscrizioni, pertanto, assumono una valenza storico-documentaristica di notevole interesse.

Esse sono tutte graffite in lingua latina con lettere minuscole gotiche come scrittura di base, frequentemente con caratteri molto minuti tanto da rendere la lettura molto difficoltosa e spesso incerta. Uno studio completo ed esauriente di questi graffiti è stato fatto alcuni anni addietro dal prof C. Serricchio. Qui, tuttavia, si vuole proporre solo qualche correzione e integrazione nonché qualche osservazione complementare.

A destra della Madonna col Bambino, sulla cornice superiore rossa, si legge in maiuscole gotiche:

1 – HIC FVIT PP (= piissimus) IOH(ANN)ES D(ominus) MAG(IS)TER …(Serricchio legge: IOHANNESD(omini) MATER; a noi, tuttavia, la lettera G di “magister”, che egli legge A, appare chiara e inconfondibile).

2 – Sotto la cornice rossa a destra, sempre in maiuscole gotiche: (inizio da fuori cornice) HIC FVIT DCS (= dictus) … YNES (=Yohannes) … Le quattro lettere che precedono il nome non ci sembra che possano essere interpretate col nome DAVID proposto da Serricchio.

La posizione sull’affresco, la regolarità e linearità delle lettere potrebbero far pensare all’invocatio di probabili e particolari pellegrini committenti.

Sono una gran quantità le iscrizioni graffite. Qui vale la pena citare solo alcune in alto a destra del nimbo della Vergine, eseguite in lettere gotiche minuscole e con grafia minutissima.

3 – calenis dns (= dominus) (Serricchio legge: dictvs), segue una lettera maiuscola abrasa, forse una P o una B, e subito sotto su altra linea, de Imo(Imola).

4 – Più sotto: filivs q(vondam)… Chr(istophori) …

5 – Più sotto, su cinque linee: hic fvit iohannes de Broka … In nomine… et archiepiscopvs / cho… m clarissimvs Petrvs Ro (Roger?) / sextvs… pdr (= predicatur) die 7 decembre be / nedictvs… dominvs iubileo.

In questa iscrizione alcune parole sono abrase, perciò d’incerta lettura, dovuta anche ai caratteri minutissimi. Fa riflettere, come giustamente osserva Serricchio, quella data del 7 dicembre e la parola iubileo, che fa pensare subito al primo giubileo del 1300 o al secondo del 1350. Ma elemento di riflessione sono anche il nome Petrus preceduto dall’attributo clarissimus e seguito dalle lettere Ro, da svolgere probabilmente nel nome Roger, e dall’apposizione sextus. Ora Pietro Roger corrisponde al nome del papa Clemente VI, il quale indisse nel mese di dicembre del 1349 il secondo giubileo. Tale soluzione ci convince anche perché al primo rigo, là dove abbiamo posto i puntini di sospensione, leggiamo, sia pure col beneficio del dubbio, un nome che corrisponde a quello di Clemente. A parte tutto, ci sembra suggestivo questo riferimento al primo o al secondo giubileo sul cammino che conduce alla casa terrena del Principe degli Angeli, là dove Ubi saxa panduntur, ibi peccata hominum dimittuntur.

Segni e iscrizioni graffite sul dipinto della Madonna.

Anche sull’affresco che raffigura S. Michele i graffiti e i segni-simboli vergati sono numerosi. Ne riportiamo qualcuno di quelli più leggibili.

1 – A sinistra sulla cornice rossa, in lettere gotiche maiuscole, HIC FVIT VITOS V… ARC…

2 – Sotto, su due linee, in lettere maiuscole gotiche, HIC FVIT IOH(ANN)ES DE / … VOOBROSO.

3 – A destra, tra il nimbo e l’ala, su tre linee e in lettere gotiche minuscole, hic fvit frat(er) Federicvs / de Sunborch / de Riano (un comune del Lazio).

4 – Sotto la cornice destra in alto, aggrovigliato tra diversi graffiti, si legge su tre linee hic fvit f(rate)r be / nedictvs q (= cum) fi(li)o /  Baraino …

5 – Quasi al centro dell’affresco, in grandi minuscole gotiche, Reverendus (sulla lettera iniziale è sovrapposta una croce potenziata) hic fvit Iacobvs (?) charafuya. L’ultima parola fa subito pensare al nome della potente famiglia dei Carafa. Alcuni suoi esponenti furono uomini di chiesa, ma non siamo riusciti ad appurare nessuno di essi cui corrisponde il nome di Iacobus.

6 – Subito sotto, in caratteri gotici minutissimi hic fvit Petrvs c (= cum) filia.

7 – Più sotto, hic fvit Vuillelmvs de lu (= Lucca?)

8 – Più a destra sotto, in minutissime lettere gotiche e precedute da uno scudo araldico avente al centro il caprioletto forse accantonato, Sabinvs Iacobvs Pascales … de Mantva.

Come si è potuto notare, tutte queste iscrizioni si offrono a più considerazioni. Ne facciamo qualcuna, prescindendo dall’aspetto più squisitamente paleografico.

In ambedue gli affreschi ricorrono in modo più frequente i nomi propri di Giovanni, Guglielmo e Pietro, ma quasi la maggior parte degli altri sono quasi tutti di origine germanica. Non mancano, tuttavia, quelli di origine latina e orientale. La gran parte di essi è preceduta dall’espressione hic fuit e molto spesso seguiti da un appellativo: clericus, presbiter, subdiaconus, peccator, frater, ecc.. Qualcuno risulta compiere il viaggio in compagnia del figlio o della figlia. Interessante, infine, si presenta la varietà delle città di provenienza. Non sono molte, ma quelle che compaiono sono per la maggioranza del centro-nord d’Italia: Mantova, Lucca, Bologna, Padova, Riano, ecc., riflettendo così la dimensione nazionale del pellegrinaggio al Gargano.

Segni, e simboli sul dipinto di S. Mochele.

Segni, e simboli sul dipinto di S. Michele.

Tra i graffiti, inoltre, vi sono alcuni simboli e segni, come, sul S. Michele, la stella a cinque punte, pendente da una croce cosmica cornuta ed altri, che ritroviamo in altri complessi rupestri e non, lungo tutti gli itinerari che conducono a Monte sant’Angelo e simili a quelli rinvenuti nelle cripte del Santuario e sulle pareti della monumentale scalinata angioina. Inconsapevolezza di un gesto simbolico privo ormai di una qualsiasi specificità di significato, o continuità di segni e simboli tramandati dai padri e che racchiudono in sé tutta una simbologia della fede e della speranza attraverso un faticoso, forse a volte travagliato cammino spirituale che,ancora ai nostri giorni trova  la forza e la potenza di esprimersi? Una ricerca in tale direzione si presenta oltremodo suggestiva e stimolante.

E’ opportuno, infine, fare qualche accenno alla presenza di una serie di scudi araldici, graffiti in particolare sull’affresco del S. Michele. Essi definiscono in parte il ceto sociale dei loro esecutori, per lo più pellegrini e cavalieri di estrazione nobile. E ciò, in generale, può chiarire meglio il fatto che tutti gli esecutori dei graffiti – non escludiamo però l’ipotesi che essi abbiano potuto demandare ad altri – scrivono in latino e mostrano una buona conoscenza della scrittura.

Ancora un graffito di un certo interesse si trova a sinistra della parte inferiore dell’abside. Esso raffigura una barca con due alberi maestri e delle figure umane, cui non ci è possibile determinarne il numero. A parere del dott. F. P. Fischetti – di buona memoria, lo ricordiamo sempre con stima e simpatia – esso dovrebbe rappresentare l’Arca di Noè e le persone contenute in essa dovrebbero essere otto, quanti sono stati i salvati dal diluvio (cfr. F. P. FISCHETTI, Graffiti giudeo-cristiani sul Gargano, in “Garganostudi”, dicembre 1979).

Il graffito de “Arca di Noè”.

Gli affreschi, le iscrizioni e i simboli, uniti ad alcuni altri elementi costitutivi del complesso rupestre, ci portano ad ipotizzare il suo periodo di frequentazione, con eccessiva cautela, ad un lasso di tempo che va dal IX al XIV secolo, con una punta massima durante le prime spedizioni crociate.

I pellegrini continuarono a salire a piedi il monte lungo questa via anche in epoche successive e, comunque, anche se in misura ridotta rispetto al passato, sicuramente fino agli anni Cinquanta dello scorso secolo (da fanciullo, ricordo, che più di una volta, accodato a ai ragazzi del vicinato, sono andato incontro alle “compagnie” di pellegrini, –i frustire -provenienti da questo versante. Perciò non condividiamo appieno l’opinione di Serricchio quando afferma: “… i pellegrini vi salirono… fino al 1805 quando fu realizzata dal Bonaparte l’attuale strada rotabile per Monte Sant’Angelo” . L’itinerario esaminato è una “via sacra”, consolidato nel tempo da usi, abitudini e riti intimamente connessi allo stesso percorso e ai complessi sacri che insistono su di esso. La chiesa rupestre di “Jazzo Ognissanti” costituiva, infatti, una statio penitenziale e, pertanto, obbligata per quei romei che sceglievano tale itinerario, prima di ascendere l’ultimo tratto del monte e presentarsi al cospetto dell’arcangelo Michele. Quanto è difficile far venire meno una tradizione motivata e radicata nello spirito del popolo è un fatto noto e verificabile sporadicamente ancora ai nostri giorni specialmente in quei pellegrini delle nostre regioni centromeridionali, i quali, provenienti ancora a piedi  da ambo i versanti della montagna, da sud e da nord, prima di dare l’ultimo balzo verso la Grotta angelica, compiono specifici riti e precise pratiche devozionali e penitenziali che continuano, poi, tanto scendendo la lunga scalinata che nel cuore dello speco, sia pure di nascosto – avendolo vietato – dei custodi del Santuario.

 

Orlando Giuffreda

One Reply to “Jazzo Ognissanti – di Orlando Giuffreda”

  1. Complimenti per la dettagliata descrizione del luogo non sempre disponibile ad essere visitato. Mi auguro il 30 dicembre di poter colmare questa lacuna.

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