Lo stemma capovolto della chiesa di San Francesco di Manfredonia

di Giacomo Telera

La chiesa di San Francesco è una delle più antiche della città di Manfredonia. Secondo la storiografia locale fu edificata nel 1348 per volere di Pietro II, arcivescovo sipontino di origini francesi, lo stesso che introdusse l’ordine dei Minori Conventuali in città. L’attuale struttura presenta due ingressi: uno in Via S. Francesco e l’altro in Largo S. Francesco.

Chiesa di S. Francesco – Manfredonia

Il lato della chiesa che insiste su detto Largo fa mostra di un tamburo absidale, nella parte alta del quale è visibile la “composizione” di uno stemma, che potrebbe sembrare essere appartenuto a qualche vescovo, o perlomeno così è parso a chi lo ha assemblato. Un leone rampante, infatti, sembrerebbe sormontato da una “mitra”. Ma i due manufatti sono chiaramente distaccati e questa lettura è senza dubbio sbagliata.

L’errata composizione

Durante gli anni, molti sono stati gli interventi di restauro della chiesa di S. Francesco. L’ultimo è del 2007 e ha interessato proprio la facciata anzidetta. La mitra, in realtà, è lo stemma di una antica famiglia sipontina. È stato erroneamente capovolto e posizionato sopra quello raffigurante il leone, inventando a tutti gli effetti uno stemma ex novo. Quello capovolto, come attestano le pubblicazioni di araldica, è lo scudo della famiglia Vischi, protagonista di spicco nella storia della città di Manfredonia.

Lo stemma nel verso giusto
Lo stemma della famiglia Vischi

Il motivo della sua collocazione sulla chiesa di S. Francesco può essere spiegato dagli antichi documenti e risale ai tempi del signor Claudio Vischi. Questi è stato protagonista del panorama politico sipontino nella prima metà del ’600. Lo si riscontra eletto(assessore) negli anni 1620-21 e 1624-25, consigliere nel 1630-31 e infine sindaco nel 1631-32 e 1637-38 (allora la durata degli incarichi era di un anno, iniziava a settembre e terminava ad agosto dell’anno successivo). Non solo. Nel 1624 figura tra i principali venditori di grano alla Città di Manfredonia, la quale ne bisognava. Durante il suo primo mandato da sindaco, Claudio fu in prima linea quando la Città contestò alcune scelte e atteggiamenti dell’arcivescovo sipontino Orazio Annibale (o Annibaldi) della Molara, quali: la permanenza continua a Monte Sant’Angelo, l’indolenza verso la cattedrale di San Lorenzo distrutta dai Turchi e in generale lo svilimento da lui messo in atto nei confronti della Chiesa locale sipontina. Il Vischi si ritrovò però dalla parte degli imputati in occasione dell’ammutinamento dei cittadini sipontini contro i soldati spagnoli durante la Pasqua del 1639 (OGNISSANTI 2001). Circa lo stretto legame tra il Vischi e la chiesa di San Francesco, questo è attestato nella compilazione delle sue ultime volontà. Il Patrizio, nel suo testamento del 1648, rogato dal notaio Teofilo, ordinò che il suo corpo fosse seppellito nella Cappella di Sant’Antonio da Padova, all’interno della chiesa. La Cappella è tutt’oggi presente e in una nicchia vi è posta una statua del Santo, opera del 1712, dello scultore Giacomo Colombo. A questa cappella, di sua proprietà, il Vischi diede in dote 200 ducati e ne assegnò altri 300 per la celebrazione di messe in suffragio della sua anima da officiarsi da parte dei padri conventuali. Destinò, ancora, 100 ducati al completamento dell’organo della chiesa.

Statua di S. Antonio da Padova nella chiesa di San Francesco a Manfredonia

 Nel testamento istituì erede Cesare Vischi, figlio legittimo e naturale, avuto con Aurelia Lolla in seconde nozze. Questi divenne sindaco nel 1653-54 e 1654-55. Claudio lasciò anche 150 ducati alla moglie, la quale possedeva dei fondi nella città di Foggia. Avendo dei crediti, li assegnò alla chiesa di S. Michele di Monte S. Angelo, affinché si celebrassero messe per lui e per la prima moglie, la defunta Antonia Vischi. Fu sua volontà che le messe venissero officiate dal canonico garganico Francesco Vischi. Infine chiese che fossero celebrate per la sua anima, con la colletta di S. Gregorio, cinquanta messe dai padri della chiesa di S. Francesco e cinquanta messe dal capitolo garganico. Dalle donazioni si evince la cospicuità del suo patrimonio economico, le cui tracce sono giunte ai giorni nostri. Nulla può dirsi attualmente dell’altro blasone, quello raffigurante un leone rampante, se non che appartenente a un’altra nobile famiglia, al momento sconosciuta.

Bibliografia:

OGNISSANTI 2001 = Pasquale Ognissanti, L’Università sipontina del ‘600, Manfredonia 2001.

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