MANFREDONIA (Fg). Stonehenge in Daunia? Proprio no! – di Maria Luisa Nava

Si fa qui riferimento ad una notizia comparsa sul blog dedicato da ArcheoMedia ai “Beni da salvare” il 23 settembre 2019 ad opera di Teresa Valente, Intitolato “MANFREDONIA (Fg). Nella Daunia l’incredibile Stonehenge della Puglia”, che riporta una serie di informazioni per lo meno sorprendenti e il cui contenuto è ben poco accettabile scientificamente.

In primis va sottolineato che le fonti alle quali ci si riconduce per illustrare il lavoro sono desunte principalmente dai primi scritti di Silvio Ferri, che lo studioso pubblicò agli inizi degli anni ’60 del secolo scorso nell’immediatezza della scoperta di questi monumenti, oltre che da studiosi locali che desumevano le informazioni proprio dalle pubblicazioni di Ferri e che, purtroppo per la loro intrinseca mancanza di strumenti critici e di capacità di raffronto in ambito scientifico, riportavano fraintendendone il significato le osservazioni dello studioso.
E l’inesattezza di quanto esposto appare palese già dal titolo dello scritto, in cui viene affermata la presenza nella Piana del Tavoliere di un santuario megalitico pre-protostorico, paragonabile a Stonehenge.
Nel merito, l’articolo sostiene che le stele abbiano un’origine ed una destinazione “misteriosa”, come altrettanto oscura e misteriosa apparirebbe l’origine del popolo daunio, attribuendo a Ferri la tesi che ne adombrerebbe la provenienza da stirpi orientali, tracie o turche … e che le stele non abbiano una destinazione funeraria, ma siano piuttosto monumenti eretti in un grande santuario, analogo a quello scoperto in Turchia a Gobekli Tepe e che tale somiglianza avvalorerebbe la teoria dell’origine orientale dei Dauni. Ma l’incoerenza di questo raffronto è ben palese sia nella discrepanza cronologica tra la datazione del sito anatolico (tra l’11.500 e l’8.000 a.C.) e l’area daunia, i cui monumenti si collocano tra l’VIII e il V sec. a. C., e alla quale l’autrice non attribuisce nessuna evidenza, come nell’estensione dell’area dei ritrovamenti, che per le stele comprende tutto il territorio daunio, e cioè l’attuale provincia di Foggia ed il Melfese.

Tutto ciò è evidentemente frutto di una sfrenata fantasia che mira alla sensazionalità di una comunicazione tesa a “épater les bourgeois”, ovverossia ad attirare l’attenzione del pubblico con notizie stupefacenti, avvolte da un alone misterioso, che ben poco hanno in comune con i risultati degli studi scientifici e le reali informazioni che provengono dalla ricerca sul campo.
Tant’è che il testo in questione mescola senza alcun discernimento critico – dal quale è ben lungi, non rendendosi neppure conto delle assurde contraddizioni in cui cade – informazioni sulla cronologia delle stele, sui loro contenuti, confondendo il tutto anche con l’origine del popolo daunio.
Ci si basa sulle affermazioni di tal Aldo Caroleo, presidente dell’Archeoclub di Siponto, definito “uno dei massimi esperti sul territorio di storia dauna” (sic!) e dello storico (locale) Raffalele Petrera: entrambi addivengono a esplicitare teorie ed interpretazioni del tutto immaginarie e infondate, proprio per la totale incapacità di comprensione e di “lettura” del contenuto degli scritti di Ferri, ai quali pur si rifanno.
Il Ferri, infatti, sosteneva che le scene figurate presenti sulle stele daunie, che sono monumenti funerari dedicati ad uno specifico defunto e sui quali è raffigurata una sorta di “cursus honorum” dello stesso, testimoniassero, attraverso l’interpretazione originale dei Dauni, l’esistenza di un comune patrimonio di miti, leggende e credenze escatologiche, condiviso dalle popolazioni del Mediterraneo centro-orientale, dalle coste anatoliche, all’area elladica, per arrivare sino alla Magna Grecia.
E che le popolazioni antiche del Mediterraneo condividessero consuetudini, tradizioni e costumi è ben evidente in ambito religioso, cui le stele appartengono, nella diffusione dei riti funerari del banchetto e nella deposizione dei realia che i defunti dovranno utilizzare nell’Aldilà nel simposio con gli dei.

Non solo: la comparsa delle stele nel Tavoliere Pugliese non ha nulla di misterioso, ma è una naturale evoluzione di un fenomeno, quello della scultura indigena della Daunia, che ha le sue origini e la sua evoluzione dai più antichi insediamenti del Gargano, di cui quello di Monte Saraceno (Mattinata) ha restituito il maggior numero di testimonianze. Anche in questo caso le sculture sono semata funerari, ampiamente diffusi nelle necropoli garganiche; e se da Monte Saraceno ne proviene la messe più numerosa, ciò è dovuto precipuamente all’estensione ed alla completezza delle campagne di scavo condotte nel sito, che è stato indagato a più riprese per oltre venti anni, tra il 1959 e il 1993.
Quindi, il “misterioso santuario megalitico pre-protostorico” della Daunia cui qui si fa riferimento non ha alcun riscontro nelle evidenze archeologiche, che – per contro – indicano come la produzione scultorea daunia dell’età del ferro costituisca un patrimonio diffuso su tutto il territorio. La sua straordinaria ricchezza espressiva – unica nel suo genere in confronto alle coeve manifestazioni figurative, scarse e stereotipizzate, del restante mondo indigeno – ci consente di meglio comprendere il popolo daunio, che racconta e si racconta attraverso le sue immagini, svelandoci la complessità spirituale ed escatologica di una cultura, nella quale trovano miglior giustificazione funzionale anche le testimonianze dei realia.

Autore: Maria Luisa Nava – mlsnava@gmail.com

pubblicato anche su Archeomedia.net

Nota dell’autore: Per la classificazione tipologica delle stele si veda: M.L. Nava, Stele Daunie I. Il Museo di Manfredonia, Firenze 1980

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