Il colosso di Barletta e la campana dei domenicani di Manfredonia

di Giacomo Telera

Nel febbraio 2017 il Dipartimento di Scienze dei Materiali dell’Università Bicocca di Milano ha reso pubblici i suoi studi sulla statua bronzea di “Eraclio”, nota anche come “Colosso di Barletta”. L’opera è stata datata tra il IV e VI secolo d. C. e presenta ancora numerose incertezze sulla propria storia. Attualmente è attribuita dagli studiosi a Teodosio II per via della pettinatura, l’abito e la presenza di un gioiello goto montato sul diadema, riconducibile alla madre dell’imperatore Teodosio II, Elia Eudossia, di origine gota.

Secondo quanto affermato da Sabino Loffredo, la nave, che trasportava la statua di bronzo dal peso di circa 4 tonnellate, si arenò sul litorale barlettano e lì rimase fin quando i Frati Predicatori dell’Ordine di S. Domenico di Manfredonia non fecero richiesta al re di Napoli, Carlo II d’Angiò, al fine di ottenere, tramite fusione, una campana per il loro convento. Il sovrano angioino, nel 1309, consentì ai Padri di poter disporre di tutta la statua, come riportato dal Loffredo, che fornisce la trascrizione del documento conservato nei Registri Angioini.  La comunità conventuale utilizzò, però, soltanto gli arti del “Gigante”, dopo la cui fusione forgiarono la campana, o le campane, a favore del cenobio sipontino di S. Maria Maddalena (ora di S. Domenico). Lo storico sipontino, Pasquale Ognissanti, sulla scorta dei Registri Angioini, riporta che la statua bronzea giunse a Manfredonia e che i barlettani, successivamente, richiesero che il “Colosso” fosse riportato a Barletta, riuscendoci, dove gli rifecero gli arti mancanti, grazie all’opera di Fabio Alfano (o Albano). 

Il colosso di Barletta (Eraclio). Oggi la statua viene attribuita a Teodosio II per via del diadema goto presente nella sua corona.

L’Eraclio fu innalzato nella piazza della chiesa del Santo Sepolcro di Barletta nel 1441, secondo alcune fonti, nel 1491 secondo altre.Ma come è arrivato, il Colosso, sulle coste pugliesi e per quale motivo? La tradizione vuole che fosse asportato dai veneziani durante il sacco di Costantinopoli, nel 1204, e abbandonato, durante il viaggio di ritorno, sulla spiaggia di Barletta, a causa dei fondali troppo bassi che hanno sempre caratterizzato il litorale di detta città. Altri storici danno credito a quanto riportato dal frate minorita Tommaso da Pavia, secondo il quale, tra il 1231 e il 1232, fu rinvenuta, durante gli scavi fatti eseguire da Federico II di Svevia a Ravenna, una statua colossale e che lo stesso imperatore l’abbia fatto trasportare in Puglia, o secondo il Purpura a Melfi. 

Per quanto concerne il convento domenicano di Manfredonia è opportuno ricordare che la sua costruzione viene accreditata nel periodo compreso tra il 1292 e il 1294. Come evidenziato da padre Gerardo Cappelluti, già nel 1292, durante il Capitolo Provinciale dei Domenicani, si fa riferimento al convento sipontino, il quale fu edificato “inglobando la preesistente e meravigliosa Cappella della Maddalena, che secondo la tradizione fu innalzata da Manfredi di Svevia per devozione all’omonima Santa, in quanto miracolosamente sfuggito a un naufragio”. Sempre secondo Ognissanti, non è da escludere che, nello stesso luogo, potesse preesistere una sinagoga, per i numerosi ebrei che operavano nella comunità sipontina. Attualmente in questa Cappella è possibile ammirare i resti delle vestigia gotiche ed alcuni affreschi trecenteschi (anche se in uno stato di degradazione). Da non trascurare anche che Carlo II d’Angiò, secondo quanto scritto dallo Spinelli, dopo esser stato imprigionato, abbia fatto voto di erigere dodici conventi dei Frati Predicatori nel suo Regno, in onore di S. Maria Maddalena, qualora ne fosse uscito libero ed indenne. E tra questi rientra quello di Manfredonia.

Carlo II d’Angiò

Il sovrano angioino assegnò al suddetto convento dei Domenicani nel 1294 un “Real dotalizio sulla decima di Eraclio in Bariletta” e presenziò alla solenne inaugurazione nel 1299 con la benedizione di Andrea de China, arcivescovo sipontino dal 1291 al 1301. Tale privilegio venne confermato successivamente da Giovanna II e nel 1749 da Carlo di Borbone. Per quanto appena esposto, lo Spinelli ci indica la presenza di un’epigrafe, un tempo sistente, nel complesso religioso: “Quam Regiam fidem,tutelamque – Carolus II Andegavensis – templo huic – cum adjecto Fratrum Dominicanorum caenobio – in honorem Divae Magdalenae a se extructo – et perpetuo censu ditato – anno MCCXCIV Indulsit. – Ioanna II Andegavensis – anno MCDXXXI – confirmavit. – Postremo Carolus Borbonius Rex Optimus – decessorum suorum pietatem imitatus – Re per viros Camerae S. Clarae cognita – rescripto suo adseruit – anno MDCCXLIX”.

Ulteriori notizie storiche sulla campana del convento di S. Domenico ci vengono fornite ancora una volta dallo Spinelli e riprese dall’Ognissanti. Lo Spinelli afferma che la stessa campana venne risparmiata dalla furia turchesca insieme a quella del convento di S. Francesco, nel 1620: “…que’ barbari Maomettani portaron via, le ricchezze della Chiesa Catedrale, de’ Monasteri, de’Conventi, e di tutte le Case. Tolsero dalle Torri, e Baloardi della Città, e dal castello 36 pezzi di Cannoni di bronzo con tutte le provisioni della polvere, che anche portaron via, restandovi soltanto i Cannoni di ferro, e le provisioni delle palle. Furon tolte dalle sacre Torri tutte le Campane, che que’ Barbari menarono seco loro, eccetto quella de’ Frati Domenicani, e l’altra de’ Frati Minor Conventuali, che non furono tolte per l’ardua salita de’ Campanili, percui convien dire, essere tali due Campane le più antiche delle altre, che ora sono nella nostra Città”. È evidente che non ebbe la stessa sorte il complesso conventuale, considerato che, dopo il sacco del 1620, nel corso degli anni, subì vari rimaneggiamenti.

Chiesa di San Domenico a Manfredonia

Ancora protagoniste sono le campane del convento dei Padri Predicatori nel luglio 1747. A causa del loro suono furono al centro di contrasti tra l’Università sipontina e la Curia Arcivescovile. Infatti, per questo futile motivo, la comunità domenicana veniva osteggiata dal clero e difesa dalle personalità e famiglie più influenti della città.

 Dopo la soppressione delle corporazioni religiose da parte di Gioacchino Murat, con regi decreti del 1813 e 1816, il convento divenne di proprietà del Comune. Con il passare degli anni, il campanile a vela ha mostrato segni di cedimento, e nel 2005 è stato necessario provvedere alla sua messa in sicurezza, essendo il ceppo di sostegno della campana più grande uscito dal suo alloggiamento. Detta campana riporta inciso: “Fusa a spese della Arciconfraternita dei Benedettini nel 1871 sotto il priorato di Raffaele Attanasio, dalla Ditta Antonio Prandelli di S. Arcangelo Lombardi”. Della vela della chiesa di S. Domenico fanno parte anche altre due campane minori. Verosimilmente, queste campane potrebbero essere quelle fuse dagli arti dell’“Eraclio”. 

BIBLIOGRAFIA:

CORRIERE DEL MEZZOGIORNO, Il colosso di Barletta ha 1.600 anni. È il risultato di una ricerca dell’università Bicocca di Milano, disponibile su https://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/bari/arte_e_cultura/17_febbraio_23/

S. LOFFREDO, Storia della città di Barletta, Volume Primo, 1893

P. OGNISSANTI, L’Università sipontina del ‘300, in corso di stampa

G. PURPURA, Il Colosso di Barletta e il codice di Teodosio, disponibile su http://www1.unipa.it/dipstdir/pub/purpura/barletta.htm

G. CAPPELLUTI, L’Ordine domenicano in Puglia, 1965

M. SPINELLI, Memorie Storiche dell’Antica e Moderna Siponto…, 1783-1785, ms. Biblioteche Civiche Unificate di Manfredonia

P. OGNISSANTI, L’Università sipontina del ‘600, 2001

P. OGNISSANTI, Contrasti tra l’Università sipontina e la Curia arcivescovile sul suono delle campane, disponibile su https://www.statoquotidiano.it/11/04/2016/

A. FERRARA, Manfredonia, 8  Chiese e l’Episcopio tra Gotico e Barocco, 1979

COMUNE DI MANFREDONIA – UFFICIO STAMPA E COMUNICAZIONE, Messa in sicurezza della campana di San Domenico, disponibile su http://www.comune.manfredonia.fg.it/news_long.php?Rif=3237

Tutte le foto sono dell’autore, tranne quella di copertina che è tratta dalla pagina Facebook ManfredoniaRicordi (Foto Lauriola).

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